📅 29 aprile 2025
⏳Tempo di lettura: 6 minuti
Branco, identità e cultura mancante: quando un rimprovero diventa un'offesa da punire
La tragedia di Monreale ci obbliga a riflettere sul bisogno di appartenenza e sull’assenza di una cultura morale nei nuovi codici del branco.
di Emanuele Fazio

L’articolo analizza il bisogno psicologico di appartenenza nei giovani e come questo si trasformi, in contesti privi di riferimenti etici e culturali forti, in dinamiche di branco distruttive. Partendo da un fatto di cronaca recente, si esplora come la reazione spropositata a un semplice rimprovero sia figlia di una cultura dove l’identità sociale si costruisce nella logica del “noi contro loro” e dove ogni messa in discussione viene vissuta come un’umiliazione pubblica. La cultura del branco si alimenta anche dell’influenza dei social media, dove la reputazione digitale diventa più importante della vita reale. L’articolo propone una riflessione sui valori educativi, sulle responsabilità collettive e sul vuoto che lasciano adulti, istituzioni e comunità.
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🔢 SOMMARIO
1️⃣ Appartenenza: un bisogno che struttura l’identità
Il bisogno di appartenenza è tra i più forti dell’essere umano. Non si tratta solo di volere compagnia, ma di sentirsi parte di qualcosa che dia significato all’identità. Per i giovani, questo bisogno si fa urgente e imprescindibile: è attraverso il gruppo che ci si specchia, si costruisce l’autostima, si prova a capire chi si è. Ma quando il contesto educativo, familiare o comunitario è debole o assente, questo bisogno trova risposta in forme sostitutive: piccoli gruppi, bande, branchi.
La logica del branco non è solo aggregazione, ma costruzione di identità contro qualcosa o qualcuno. Non si appartiene per valori comuni, ma per opposizione all’esterno. Ecco che il “noi” del gruppo si rafforza quando c’è un “loro” da disprezzare, ridicolizzare, aggredire. L’identità, così fragile, trova una parvenza di forza nel dominio, nella sfida, nella violazione della norma. È qui che nasce la violenza.
2️⃣ Il branco e la risposta alla minaccia dell’identità
Nel caso di Monreale, come in tanti altri episodi simili, è bastato un rimprovero a far scattare una reazione spropositata. Non era solo un’osservazione sulla guida pericolosa in motorino: era vissuto come un affronto, una disconferma, una minaccia all’appartenenza stessa. È il paradosso: più l’identità è fragile, più ogni critica viene letta come un attacco personale e pubblico.
Il branco risponde con forza perché si sente umiliato. Il gesto educativo dell’adulto — magari ruvido, ma giustificato — viene interpretato come una “sberla pubblica”, un insulto da lavare col sangue. Questo meccanismo è comune: lo vediamo nei casi di bullismo, nei commenti online, nei rapporti tra pari. L’insulto percepito non è reale, ma simbolico: si è messa in discussione la legittimità del gruppo, e il gruppo reagisce per difendersi.
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3️⃣ Quando manca la cultura dell’appartenenza etica
A mancare, in questi ragazzi, non è il bisogno di appartenenza, ma una cultura che sappia canalizzarlo. In assenza di riferimenti familiari solidi, di educatori credibili, di adulti presenti e coerenti, si formano culture parallele — spesso povere, aggressive, autoreferenziali. E queste culture si costruiscono per imitazione, per apparenza, per status immediato.
Una cultura dell’appartenenza sana si fonda sul rispetto, sulla responsabilità, sull’interdipendenza. È una cultura che insegna che l’appartenenza non si conquista con la forza, ma con la cura. Se invece si cresce in contesti dove si vince chi alza la voce, chi “non si fa mettere i piedi in testa”, dove l’unico valore è “non farsi fregare”, allora il rimprovero viene visto come un’umiliazione e l’empatia come una debolezza.
4️⃣ I social media: il palco della reputazione fragile
La logica del branco oggi si amplifica sui social media. TikTok, Instagram, Facebook sono diventati i nuovi specchi dell’identità. La reputazione non si gioca più nel rapporto reale, ma in quello digitale. Un video virale, un commento, un like o un insulto diventano strumenti di conferma o di esclusione.
Nel caso di Monreale, la reazione violenta può essere letta anche con questa lente: è come se il rimprovero fosse stato percepito come un post pubblico umiliante. Nella logica dei social, tutto è pubblico, tutto è “personale”. Un disconferma in strada vale come un post che ti espone al ridicolo. E la risposta del branco diventa immediata, impulsiva, spietata.
5️⃣Responsabilità condivise: adulti, comunità, istituzioni
Non possiamo limitarci a condannare l’atto. Dobbiamo chiederci: dov’erano gli adulti prima? Non solo i genitori, ma gli insegnanti, gli educatori, le figure adulte del quartiere. Dov’era la scuola? E i servizi sociali? E la politica? I giovani crescono dentro un contesto: se il contesto è assente, violento o solo spettatore, il branco riempie il vuoto.
C’è un’apatia educativa generalizzata, una delega pericolosa. Gli adulti spesso preferiscono non intervenire, non dire, non rischiare. Ma senza presenza, guida e confini, i giovani creano i loro codici. E sono codici che premiano l’aggressività, il sarcasmo, la lealtà cieca al gruppo. Serve una responsabilità diffusa. Serve riprendere la parola, educare alla frustrazione, al limite, alla relazione.
6️⃣ Educare alla disobbedienza consapevole, non alla reazione cieca
Educare non vuol dire addomesticare. Vuol dire insegnare a scegliere, a disobbedire con pensiero, non per impulso. Il branco reagisce senza pensiero, difende senza senso critico. Ma l’educazione vera insegna che si può dire “no” anche al gruppo, che si può appartenere senza sottomettersi, che si può sbagliare senza essere esclusi.
Per farlo servono adulti che sappiano parlare ai ragazzi, senza paternalismi ma anche senza complicità cieca. Serve recuperare la fiducia nei legami, nelle comunità. Serve dire che si può essere forti anche chiedendo aiuto, e che un rimprovero non è un’umiliazione, ma un’occasione di crescita. La tragedia di Monreale ci grida tutto questo. Sta a noi ascoltare.
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