Prima di parlare di affetto, emozione e sentimento, diciamo due parole sulla soggettività.

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    La soggettività

    La soggettività è la naturale propensione di ciascun essere umano a elaborare (anche se spesso in modo inconsapevole o parzialmente inconsapevole), in modalità seriale oppure parallela (o in entrambi i modi) i dati ricavati dal suo essere al mondo assieme alle proprie emozioni, affetti, credenze, esperienze, opinioni, sentimenti.

    Tra i maggiori limiti che si riscontrano in letteratura, vi è quello relativo ad una frequente mancata distinzione tra i lemmi sopra riportati. In particolare, tra affetto, emozione e sentimento.

    La capacità dell’ascoltatore di cogliere l’esatto significato che un parlante intende esprimere attraverso l’uso di un lemma è fondamentale per la costruzione di una buona pragmatica della comunicazione.

    Ogni espressione linguistica – un paralinguismo, una parola, una frase, un discorso – in quanto atto linguistico, si determina in funzione di altri fenomeni, come ad esempio gli stati mentali.
    Esempi di stati mentali sono le intenzioni, i desideri, le credenze, le emozioni del parlante. Ovviamente entrano in gioco anche gli stati mentali dell’ascoltatore, quantomeno nella forma in cui il parlante se li rappresenta.

    L’affetto

    Secondo l’American Psychological Association (APA), per affetto si intende qualsiasi esperienza emotiva, dall’euforia alla disforia, con qualunque grado di intensità e di polarità.
    L’ affetto è una delle tre componenti del modello tradizionale della mente, assieme alla cognizione e al comportamento.

    Secondo Shouse[1], l’affetto è il grado di intensità, il volume sonoro dell’esperienza.
    È ciò che permette di sentire un’emozione.
    Se la mente fosse un impianto Hi-Fi, l’affetto sarebbe l’amplificatore.
    L’affetto è quindi il contenitore e non il contenuto (che sarebbe invece l’emozione).
    È il significante e non il significato (che sarebbe invece il sentimento).

    Affinché un’emozione abbia un significato 
    è necessario che riceva una etichettatura.

    Per far ciò sono necessari, secondo Shouse, un uso appropriato del linguaggio – per dare un nome all’esperienza emotigena[2] – e una memoria biografica, da cui attingere per centrare al meglio la definizione.

    Per questa ragione i bambini piccoli non provano emozioni ma esprimono reazioni affettive in funzione dell’intensità dello stimolo ricevuto.
    Nello startle reflex, o startle response, la risposta di allarme è una risposta difensiva in gran parte inconscia a stimoli improvvisi e intensi, prudentemente etichettati come minacciosi, e caratterizzati da rumori improvvisi o movimenti bruschi.
    Tale reazione è caratterizzata da affettività negativa[3].

    Seguendo l’assunto che l’ontogenesi riassume la filogenesi, l’affetto ha preceduto da un punto di vista evolutivo l’emozione, senza tuttavia estinguersi ma ricollocandosi all’interno del sistema individuo con nuove funzionalità, tra cui appunto quella di far sentire un’emozione, assieme alla attribuzione automatica di un valore di positività oppure di negatività[4].

    Il sentimento (in inglese feeling).

    In questo articolo su affetto, emozione e sentimento sono passato direttamente a sentimento in quanto ho trattato l’emozione (o le emozioni) in quest’altro articolo.

    La differenza tra feeling e emotion (che possiamo tradurre rispettivamente in sentimento ed emozione) è pressoché nulla in psicologia ingenua – i due termini sono usati intercambiabilmente e quindi sono sinonimi.
    Nella psicologia accademica non sempre abbiamo una distinzione tra i due termini oppure abbiamo distinzioni non ampiamente condivise.

    Sappiamo che le emozioni sono reazioni bio-regolatorie che mirano a promuovere, direttamente o indirettamente, il tipo o i tipi di stati fisiologici che assicurano sopravvivenza e benessere[5].

    Ma come si dispiegano queste reazioni bio-regolatorie?
    Si tratta di un sistema predeterminato di attività elettrochimiche a livello neuronale ed endocrino, che coinvolgono quindi rispettivamente neurotrasmettitori e ormoni e che il nostro cervello attiva non appena rileva la presenza di uno stimolo emotigeno significativo.
    Le attività elettrochimiche neuroendocrine si avviano in automatico, sia che la rilevazione della presenza dello stimolo emotigeno avvenga consapevolmente o inconsapevolmente.

    Anche l’attribuzione di significatività (o salienza) avviene in automatico e recluta informazioni che sono immagazzinate in memoria.

    Il processo di associazione o apprendimento

    In memoria ci sono rappresentazioni di stimoli emotigeni che l’evoluzione ha selezionato come significativi – associazione stimolo/significatività innata – ed anche rappresentazioni di stimoli emotigeni che l’esperienza ontogenetica ha selezionato come altrettanto significativi – associazione stimolo/significatività appresa.
    A questo processo di associazione (apprendimento) partecipano anche comportamenti – come l’attacco o la fuga – e l’espressione, soprattutto facciale, che comunica a sé e agli altri il tipo di emozione provata.

    Nel sapiens l’associazione prosegue con il 
    recupero in memoria della definizione linguistica.

    La significatività degli stimoli emotigeni, siano essi innati che appresi, può tuttavia essere mediata/moderata dall’esperienza.
    Alla significatività è pertanto possibile attribuire un valore, non di tipo dicotomico bensì dimensionale.
    La significatività può essere mediata/moderata anche da caratteristiche del contesto.

    I sentimenti (feelings) sono la percezione cosciente di uno stato emotivo

    Quindi: uno stimolo emotigeno esterno NON CONSAPEVOLE oppure interno NON CONSAPEVOLE produce una risposta fisica AUTOMATICA E NON CONSAPEVOLE da parte del nostro organismo.
    Lo stato fisico (e che quindi non è ancora uno stato mentale[6]) prodotto dalla risposta fisica allo stimolo emotigeno (uno stato fisico che è diverso dallo stato fisico precedente al verificarsi del fenomeno stimolo emotigeno) è percepito CONSAPEVOLMENTE dalla nostra mente.

    Più precisamente la nostra mente 
    percepisce il cambiamento di stato. 

    Perché non percepiamo consapevolmente lo stato fisico prodottosi a seguito dello stimolo emotigeno?
    Poiché lo stato fisico in sé non ci informa di nulla, in quanto sappiamo che tale stato è identico QUALUNQUE SIA LO STIMOLO EMOTIGENO.

    Noi percepiamo il cambio di stato e mentalmente inferiamo la presenza di uno stimolo emotigeno.

    Lo stato fisico che si produce attiva in automatico la risposta motoria – ad esempio scappare oppure attaccare ma anche stare all’erta oppure provare ad avvicinarsi.

    A questo punto noi percepiamo 
    ANCHE la risposta motoria. 

    Il sentimento inizia a prendere forma
    Adesso disponiamo consapevolmente delle seguenti informazioni: c’è uno stimolo emotigeno e questo stimolo emotigeno determina una reazione motoria, ad esempio fuga.
    Possiamo inferire che si tratti di paura.
    La conferma consapevole che si tratti di paura ci può derivare dallo stimolo emotigeno, che adesso siamo in grado di individuare all’interno del campo fenomenico.

    Noi di fatto ricerchiamo attivamente uno stimolo emotigeno che sia compatibile con l’emozione paura.

    Se nel campo fenomenico osservassimo tre cose: un albero, un altro individuo e una tigre, assoceremmo quest’ultima alla nostra emozione di paura – la tigre è stimolo emotigeno sufficiente per provare paura.
    Nel caso osservassimo un albero, un altro individuo e un televisore, molto probabilmente assoceremmo l’altro individuo alla paura.
    Infine, nel caso di un albero, un televisore e una chitarra, il nostro istinto di fuga verrebbe inibito oppure rallentato, in quanto non avrebbe rilevato uno stimolo emotigeno che abitualmente assoceremmo alla paura.

    L’emozione è pertanto un insieme non casuale di reazioni neurobiochimiche e attività elettrica neuronale che il nostro cervello produce non appena rileva la presenza – tale o presunta – di uno stimolo non indifferente[7]. La sequenza affetto, emozione e sentimento è il fenomeno che include tanti sotto-fenomeni, tra cui per l’appunto affetti, emozioni e sentimenti.

    In conclusione

    Tali reazioni neurobiochimiche – come possono essere la sintesi del CRH, dell’ACTH, dei vari glucocorticoidi e delle catecolamine e successivamente il legame di questi ultimi due con i recettori e la sintesi proteica che ne scaturisce – determinano cambiamenti fisiologici generali che preparano il corpo a lottare oppure a fuggire.
    In funzione di alcune attività di tipo muscolare, come ad esempio l’aumento del battito cardiaco, l’aumento della pressione sanguigna e altre attività riconducibili all’attivazione del sistema simpatico, il soggetto ha coscienza o consapevolezza di tali attività ed in particolare del fatto che tali attività sono subentrate ad una condizione di non attività oppure che l’intensità di tali attività è aumentata oppure diminuita rispetto ad una condizione di attività precedente.

    Tale coscienza o consapevolezza è quella che 
    Antonio Damasio chiama sentimento (feeling).

    È pertanto possibile che affetto, emozione e sentimento sono fenomeni a sé stanti e che sono apparsi durante il processo evolutivo con questa esatta sequenza.

    Note

    [1] Shouse, E. (2005). Feeling, Emotion, Affect. M/C Journal8(6). https://doi.org/10.5204/mcj.2443

    [2] Con il lemma emotigeno si intende qualunque cosa, materiale oppure astratta, in grado di attivare la risposta emotiva. In inglese è detto stressor.

    [3] Ramirez-Moreno, David. “A computational model for the modulation of the prepulse inhibition of the acoustic startle reflex”. Biological Cybernetics, 2012, p. 169

    [4] P. A. Thoits, “The sociology of emotions”, Annu. Rev. Sociology, vol. 15, pp. 317-342, 1989.

    [5] Il concetto di benessere va oltre il mero concetto di sopravvivenza, ma naturalmente senza escluderlo.

    [6] In questo articolo parlo della differenza tra stati mentali e stati fisici, di fatto una non differenza, in quanto li ritengo la stessa cosa ma linguisticamente rappresentati da definizioni diverse.

    [7] Con stimolo non indifferente possiamo indicare qualunque oggetto concreto oppure astratto che rappresenta per il soggetto una minaccia oppure una risorsa.

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