📅 12 marzo 2026
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Tutti parlano della separazione delle carriere dei magistrati. Ma perché nessuno parla di quella dei politici?
In vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, una domanda: perché si discute di separare le carriere nella magistratura ma non quelle dei politici tra legislativo ed esecutivo?
di Emanuele Fazio

Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a votare nel referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Nel dibattito pubblico il punto più discusso è quello della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Il messaggio che ricorre più spesso è semplice: negli altri Paesi questa separazione esiste già. Da qui la domanda retorica che accompagna quasi sempre il ragionamento: se altrove funziona così, perché non dovrebbe funzionare anche in Italia?
Il confronto con altri ordinamenti non è di per sé un problema. Anzi, guardare all’esperienza di altri Paesi può essere utile per capire cosa funziona e cosa no. Il punto è un altro: questo confronto viene spesso utilizzato in modo selettivo. Si citano gli esempi stranieri quando sembrano confermare la tesi che si vuole sostenere; molto meno quando il paragone porterebbe a fare domande più scomode sul funzionamento complessivo del nostro sistema.
Sommario
La separazione delle carriere riguarda una sola istituzione dello Stato
Il referendum interviene su un aspetto interno al potere giudiziario: la distinzione tra due funzioni della magistratura, quella giudicante e quella inquirente.
Ma se il principio generale è la separazione dei poteri, la domanda che raramente viene posta è un’altra: perché si parla tanto di separare due funzioni interne allo stesso potere dello Stato e molto meno della separazione tra poteri diversi, come il legislativo e l’esecutivo?
In altre parole: perché si discute così intensamente della separazione tra giudici e pubblici ministeri, ma quasi mai della separazione tra parlamentari e ministri?

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Il rapporto tra Parlamento e Governo in Italia
Il sistema politico italiano è parlamentare: il governo nasce dal Parlamento e deve mantenere la fiducia delle Camere.
Questo comporta una forte connessione tra legislativo ed esecutivo. Nel governo attualmente in carica troviamo infatti una combinazione di ministri parlamentari e ministri tecnici.
Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è deputata. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani è deputato, così come il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Accanto a loro siedono però ministri che non sono parlamentari: Matteo Piantedosi all’Interno, Guido Crosetto alla Difesa, Carlo Nordio alla Giustizia e Orazio Schillaci alla Salute.
Il modello italiano è quindi misto. Alcuni ministri provengono direttamente dal Parlamento, altri no. Tuttavia è considerato del tutto normale che la carriera politica si sviluppi passando dal Parlamento al governo e viceversa.
Questo significa che, se un governo cade, molti ministri tornano semplicemente a fare i parlamentari.
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Francia: quando la separazione riguarda davvero due poteri
Il confronto diventa interessante se si guarda alla Francia.
Nel sistema francese un ministro non può esercitare contemporaneamente il mandato parlamentare. Se un deputato o un senatore viene nominato ministro, il suo seggio parlamentare viene sospeso e sostituito.
In altre parole, durante l’incarico di governo non è parlamentare.
Alcuni esempi dell’attuale governo francese sono indicativi. Il primo ministro Sébastien Lecornu non è parlamentare durante l’incarico. Lo stesso vale per il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot, per il ministro dell’Interno Laurent Nuñez, per la ministra della Difesa Catherine Vautrin e per il ministro dell’Economia Roland Lescure.
Qui la separazione tra legislativo ed esecutivo è quindi molto più netta rispetto all’Italia.
Questo aspetto, però, compare molto raramente nel dibattito italiano sulla separazione delle carriere.
Germania e Spagna: sistemi molto più simili al nostro
Se invece si guardano Germania e Spagna, la situazione è molto più vicina a quella italiana.
In Germania, nel governo federale guidato da Olaf Scholz, molti ministri sono contemporaneamente membri del Bundestag. Lo stesso cancelliere Scholz è parlamentare. Lo sono anche la ministra degli Esteri Annalena Baerbock, la ministra dell’Interno Nancy Faeser, il ministro della Difesa Boris Pistorius e il ministro della Salute Karl Lauterbach.
Il collegamento tra Parlamento e governo è quindi forte, esattamente come nei sistemi parlamentari classici.
Anche la Spagna presenta un quadro simile. Il primo ministro Pedro Sánchez è parlamentare. Lo sono anche la ministra della Difesa Margarita Robles e il ministro della Giustizia Félix Bolaños. Altri ministri non lo sono, come il ministro degli Esteri José Manuel Albares e il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska.
Anche qui troviamo quindi un sistema misto, molto vicino a quello italiano.
Se vogliamo copiare gli altri Paesi, copiamo anche la durata dei processi
Il confronto internazionale viene spesso evocato per sostenere che in altri Paesi esiste già una separazione più netta tra giudici e pubblici ministeri.
Ma se davvero vogliamo guardare agli altri ordinamenti, il paragone non dovrebbe fermarsi a questo punto.
C’è infatti un altro dato, molto più concreto per i cittadini, che raramente entra nel dibattito: la durata dei processi.
Secondo i dati comparativi europei, l’Italia rimane uno dei Paesi in cui i procedimenti giudiziari durano più a lungo.
Nel civile di primo grado, per esempio, i tempi medi sono molto diversi. In Italia una causa dura circa 540 giorni. In Francia la durata media è di circa 330 giorni. In Germania scende a circa 240 giorni, mentre in Spagna si colloca intorno ai 360 giorni.
Questo significa che una causa civile in Italia dura mediamente molto più a lungo rispetto ai principali Paesi europei.
Se si considera l’intero percorso processuale — primo grado, appello e Cassazione — i tempi complessivi possono superare i sei anni.
Per cittadini e imprese, questo è probabilmente il problema più concreto della giustizia.
La domanda che il dibattito evita
Il referendum del 22 e 23 marzo pone quindi una questione reale sull’assetto della magistratura. Ma il modo in cui il tema viene discusso lascia spesso in ombra un punto più generale.
Se davvero vogliamo prendere esempio dagli altri Paesi, il confronto dovrebbe essere coerente.
Dovremmo guardare non solo alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma anche al rapporto tra Parlamento e governo, alla reale efficienza del sistema giudiziario e soprattutto alla durata dei processi.
Perché, alla fine, è su questo terreno che i cittadini misurano la qualità della giustizia: non nelle architetture teoriche, ma nella capacità dello Stato di dare risposte in tempi ragionevoli.
E se davvero vogliamo prendere esempio dagli altri Paesi, forse la prima domanda da porsi non è come sono organizzate le carriere dei magistrati.
È quanto tempo impiega la giustizia a funzionare.
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