📅 21 marzo 2025     |    ⏳ Tempo di lettura: 6 minuti

Perché le destre avanzano in Europa e nel mondo?

Linguaggio, appartenenza e spettacolo: le chiavi del successo delle destre

di Emanuele Fazio

Gruppo di persone a rappresentare come le destre avanzano in Europa e nel mondo
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L’ascesa delle destre non è solo una questione di politiche migratorie o pulsioni nazionalistiche, ma anche di maggiore capacità da parte loro di rispondere a un bisogno umano primario: l’appartenenza. La loro forza sta nell’uso efficace di codici simbolici chiari, mentre gli antagonisti appaiono spesso divisi e privi di strumenti comunicativi altrettanto efficaci. La spettacolarizzazione della politica e la crisi dell’autorevolezza fondata sulla reale conoscenza, hanno ulteriormente favorito messaggi semplici e polarizzanti.

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🔢 SOMMARIO

    1️⃣ Il bisogno di appartenenza come motore politico

    Lo psicologo Abraham Maslow, nella sua famosa gerarchia dei bisogni, colloca il bisogno di appartenenza subito dopo quelli fisiologici e di sicurezza, evidenziando come esso sia cruciale per il benessere psicologico e la costruzione dell’identità individuale e sociale. 

    Questo bisogno si manifesta nel desiderio profondo di connessione con gli altri, di riconoscimento e di inclusione all’interno di gruppi sociali, culturali e politici che offrano identità, protezione, accesso alle risorse (sempre più scarse o di difficile accesso) e, buon ultimo, un senso di scopo. L’appartenenza, infatti, non è solo un aspetto psicologico ma ha risvolti sociali e politici di vasta portata.

    Le destre politiche, storicamente, hanno saputo rispondere a questa esigenza in modo efficace, fornendo simboli, rituali e narrazioni capaci di creare un senso di identità forte e chiaro. L’appartenenza viene spesso costruita attraverso processi di inclusione ed esclusione, in cui il gruppo è definito non solo da ciò che lo unisce internamente, ma anche da ciò che lo distingue dagli “altri”. Questo meccanismo è particolarmente potente in momenti di crisi o incertezza, quando le persone cercano riferimenti chiari e strutture che offrano sicurezza e orientamento.

    2️⃣ Il bisogno di appartenenza: tra totalitarismo e democrazia

    Hannah Arendt, nel suo saggio “Le origini del totalitarismo” (1951), analizza approfonditamente come il bisogno di appartenenza sia stato sfruttato dai regimi totalitari per consolidare il potere. Arendt mostra come questi regimi abbiano offerto ai cittadini una narrazione chiara e netta, basata su una divisione dicotomica del mondo: “noi” contro “loro”. Questo tipo di appartenenza radicale elimina la complessità e le sfumature tipiche delle società democratiche, fornendo invece un’identità sociale rigida che rassicura e mobilita. L’annullamento dell’individualità a favore dell’appartenenza totalizzante porta a una radicalizzazione dell’identità sociale, che trova la sua massima espressione nell’obbedienza incondizionata e nella repressione del dissenso.

    Le dinamiche dell’appartenenza, tuttavia, non si esauriscono nei regimi totalitari. Anche nelle democrazie, il bisogno di appartenenza continua a giocare un ruolo cruciale, sebbene in forme più sfumate e meno coercitive. La politica moderna si confronta con la difficoltà di creare comunità inclusive che rispettino la diversità senza ricorrere a narrazioni di contrapposizione radicale. In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, il senso di appartenenza deve essere ripensato in chiave plurale, capace di integrare differenze senza cadere nella frammentazione o nell’omologazione forzata.

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    3️⃣ I codici di appartenenza e la forza della simbologia

    Ogni gruppo sociale utilizza codici di appartenenza per distinguersi e rafforzare la propria coesione interna. Questi codici possono essere espliciti, come simboli, bandiere e gesti, oppure più sottili, come modi di esprimersi, riferimenti culturali condivisi e stili di abbigliamento. Nel caso delle destre reazionarie, questi elementi assumono un ruolo cruciale nella costruzione dell’identità sociale, fungendo da marcatori visibili di affiliazione ideologica. Saluti particolari, gesti codificati, tatuaggi, slogan e riferimenti storici sono strumenti di aggregazione che servono a consolidare il senso di appartenenza e a separare nettamente il “noi” dal “loro”.

    I simboli delle destre che avanzano

    Simboli come le teste rasate, le svastiche o il saluto fascista non sono nuove invenzioni, ma hanno radici profonde nella storia dei movimenti totalitari del XX secolo. La svastica, per esempio, venne adottata dal regime nazista come emblema di purezza razziale e supremazia, attingendo a una simbologia più antica ma ridefinendola in chiave politica. Il saluto romano, sebbene non sia del tutto chiaro che fosse già in uso nell’antica Roma, fu reinterpretato nel XX secolo come simbolo di fedeltà e disciplina all’interno dei regimi fascisti. Anche i colori e le bandiere hanno un’importanza capitale: il nero delle camicie nere di Mussolini, il rosso e nero delle bandiere anarco-fasciste o il bianco e rosso delle simbologie nazionaliste hanno tutti un forte potere evocativo e identitario.

    Il fascismo eterno secondo Eco

    Umberto Eco, nel suo celebre saggio “Il fascismo eterno” (1995), evidenzia come il fascismo non sia mai scomparso del tutto, ma si manifesti in forme mutevoli e adattabili ai diversi contesti storici e culturali. Secondo Eco, il fascismo tende a ricorrere a un linguaggio simbolico semplice e immediato, capace di evocare emozioni primarie come paura e orgoglio, elementi essenziali per costruire un senso di appartenenza collettiva. I simboli diventano quindi strumenti di comunicazione diretta, che bypassano la riflessione critica per stimolare reazioni istintive.

    Palingenesi e miti nazionali

    Roger Griffin, storico britannico specializzato nei movimenti fascisti, sottolinea come il mito della “palingenesi nazionale” – l’idea di una rinascita radicale della nazione – sia uno dei pilastri delle ideologie estremiste. Questo mito viene spesso rappresentato attraverso immagini e simboli che rimandano a un’epoca d’oro perduta, contrapponendola alla decadenza del presente. Per esempio, le croci celtiche, i riferimenti alla tradizione nordica o i simboli runici vengono utilizzati per evocare un passato glorioso e una presunta purezza culturale da restaurare.

    Simboli e viralità digitale

    L’antropologo Clifford Geertz ha analizzato il ruolo della simbolizzazione nei processi di costruzione identitaria, evidenziando come i gruppi umani attribuiscano significati profondi a segni apparentemente semplici. Nei movimenti reazionari, questa tendenza è amplificata dai social media, che rendono i simboli virali e ne facilitano la diffusione. Un meme, un hashtag o un semplice emoji possono diventare strumenti di propaganda capaci di veicolare messaggi complessi in modo sintetico e immediato.

    4️⃣ Il ruolo dei media e la frammentazione delle alternative

    Un tempo, i media tradizionali (giornali, radio, TV) avevano il potere di plasmare il discorso pubblico in modo più uniforme. Oggi, i social media hanno reso la comunicazione più segmentata e caotica, permettendo la proliferazione di messaggi estremi senza un filtro centrale. L’assenza di un’autorità centrale nella comunicazione digitale ha permesso alle ideologie reazionarie di diffondersi senza ostacoli significativi, con narrazioni che si alimentano attraverso camere dell’eco e algoritmi che premiano i contenuti più polarizzanti.

    La frammentazione della sinistra

    Parallelamente, le forze alternative al reazionarismo non propongono codici di appartenenza altrettanto chiari. La sinistra, ad esempio, appare spesso frammentata e priva di un’identità simbolica unitaria, con un intellettualismo che fatica a competere con la semplicità e l’immediatezza dei codici proposti dalle destre. L’assenza di un messaggio unificato impedisce una risposta efficace alla comunicazione aggressiva e diretta dei movimenti reazionari. Come osserva Chantal Mouffe, la sinistra tende a concentrarsi su un pluralismo democratico che, sebbene teoricamente valido, si traduce in una dispersione delle energie comunicative e in un’incapacità di creare una forte identità collettiva.

    Il nazionalismo banale come collante identitario

    Michael Billig (1995) in “Banal Nationalism” evidenzia come il nazionalismo sia presente anche nelle democrazie liberali attraverso pratiche quotidiane apparentemente innocue, come le celebrazioni patriottiche o le bandiere esposte negli spazi pubblici. Questo tipo di nazionalismo “banale” è sfruttato dalle destre per rafforzare l’identità nazionale contro un presunto “altro”. La costruzione di un nemico comune, spesso identificato con l’immigrazione, le élite globali o l’ideologia progressista, consente ai movimenti reazionari di canalizzare la frustrazione sociale in un’identità politica chiara e immediatamente riconoscibile.
    In un contesto mediatico frammentato, le destre hanno saputo sfruttare strumenti come i video virali, i meme e le narrazioni semplicistiche per rafforzare il proprio messaggio, mentre le alternative progressiste faticano a trovare una strategia altrettanto efficace. Come nota George 

    Frame narrativi ed efficacia comunicativa

    Lakoff, le destre utilizzano frame narrativi intuitivi che attivano risposte emotive profonde, mentre la sinistra tende a privilegiare argomentazioni razionali che richiedono uno sforzo cognitivo maggiore. Questo squilibrio comunicativo si traduce in una disparità di efficacia nella diffusione del messaggio politico.

    5️⃣ Il caso dell’Alt-Right e la guerra culturale online

    Un esempio chiave della capacità della destra di adattarsi alle nuove dinamiche comunicative è il fenomeno dell’alt-right, analizzato da Angela Nagle nel suo libro Kill All Normies. L’autrice mostra come il sogno utopico dell’anonimato online si sia trasformato in un incubo di faide culturali e mobilitazioni reazionarie. L’alt-right è emersa come un’aggregazione fluida di sottogruppi, tra cui gamer, troll, attivisti misogini e nazionalisti bianchi, che hanno sfruttato piattaforme come 4chan e Reddit per diffondere la propria ideologia.
    Nagle sottolinea come l’alt-right abbia saputo sfruttare il linguaggio della controcultura e il potere della trasgressione per costruire una narrativa di ribellione contro l’establishment liberale. Questo aspetto è fondamentale per comprendere il successo del movimento: attraverso un mix di ironia, cinismo e ostentata superiorità intellettuale, questi gruppi hanno attratto giovani disillusi che si sentivano esclusi dalle narrative progressiste dominate, a loro dire, da politiche identitarie e correttezza politica. La loro strategia comunicativa ha sfruttato i meccanismi di viralità dei social media, rendendo le provocazioni un’arma potentissima per diffondere le proprie idee senza doverle giustificare in modo tradizionale.

    Anche Neil Postman (1985) in Amusing Ourselves to Death sottolinea come l’infotainment e la spettacolarizzazione della politica abbiano eroso il dibattito razionale, favorendo contenuti sensazionalistici e polarizzanti. Questo ha permesso all’alt-right di imporsi attraverso meme e provocazioni virali che catturano l’attenzione più di analisi complesse. La superficialità del mezzo digitale, che privilegia messaggi rapidi ed emotivamente coinvolgenti, ha giocato a favore di un movimento capace di sintetizzare concetti reazionari in immagini semplici e ripetibili.

    Nagle evidenzia inoltre come la cultura dell’alt-right sia strettamente legata a quella del trolling, un fenomeno nato nelle sottoculture di internet, dove la trasgressione è vista come un valore di per sé. Questo ha reso difficile distinguere tra provocazione e reale ideologia politica, permettendo a molti esponenti di giocare su un’ambiguità costante. La capacità di mischiare satira e ideologia ha permesso all’alt-right di crescere senza mai dover formalizzare una struttura politica definita, mantenendo una flessibilità che le ha consentito di adattarsi a diversi contesti mediatici.

    Jonathan Haidt (2012), in The Righteous Mind, spiega come l’appartenenza a un gruppo ideologico non sia basata esclusivamente sulla razionalità, ma su una profonda identificazione emotiva e morale. L’alt-right ha saputo sfruttare questa dinamica creando una comunità in cui gli aderenti si sentono parte di una battaglia culturale epocale, contrapposta a un nemico comune: il liberalismo progressista. Questo senso di appartenenza ha reso il movimento molto più coeso rispetto alle alternative progressiste, spesso frammentate in fazioni in conflitto tra loro.

    Infine, Nagle mette in luce il ruolo chiave di personaggi come Milo Yiannopoulos, che hanno incarnato il volto mediatico più accessibile dell’alt-right, rendendo il movimento accettabile anche a pubblici più ampi. La loro abilità nel cavalcare le dinamiche virali ha portato alla normalizzazione di discorsi reazionari, creando un effetto valanga che ha contribuito alla radicalizzazione di intere comunità online. Il successo dell’alt-right dimostra quindi come, in un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, il simbolismo e la trasgressione possano essere strumenti più potenti della logica e dell’argomentazione razionale.

    6️⃣ Il declino intellettuale e la dipendenza dai social media

    Un altro fattore che ha favorito l’avanzata delle destre è il generale declino del livello intellettuale globale. L’ipersemplificazione del dibattito pubblico e la crescente sfiducia verso la complessità hanno reso meno attraenti narrazioni articolate e basate su dati concreti. Questo fenomeno si intreccia con l’uso massiccio dei social media, che incentivano una comunicazione rapida, emozionale e priva di approfondimento. La prevalenza di contenuti brevi e virali, unita alla dipendenza da algoritmi progettati per massimizzare l’engagement, ha progressivamente eroso la capacità critica del pubblico, spingendolo verso risposte immediate e polarizzanti.

    L’abuso di droghe e altre forme di dipendenza, tra cui quella dai social media, hanno avuto un impatto significativo sulla capacità di concentrazione e sul pensiero analitico. Studi recenti dimostrano come l’uso compulsivo delle piattaforme digitali alteri la neuroplasticità cerebrale, rendendo più difficile elaborare concetti complessi e costruire una prospettiva a lungo termine. Il sovraccarico informativo, unito alla proliferazione di fake news, ha generato una crescente disillusione nei confronti della conoscenza accademica e della verifica delle fonti. In questo contesto, le destre hanno saputo capitalizzare la diffidenza popolare nei confronti di istituzioni scientifiche e media tradizionali, promuovendo una narrazione alternativa spesso basata su emozioni forti e istinti primari.

    L’influenza di figure come Steve Bannon o Elon Musk ha ulteriormente rafforzato questa dinamica. Bannon, attraverso Breitbart e altre piattaforme, ha promosso una visione del mondo in cui la conoscenza tradizionale è considerata un ostacolo al “vero” sapere popolare, mentre Musk ha sfruttato il suo enorme seguito per diffondere idee che spesso sfidano la validità delle istituzioni consolidate. Il risultato è una crescente frammentazione del dibattito pubblico, in cui le narrazioni semplici e fortemente simboliche risultano più persuasive rispetto a ragionamenti articolati e fondati su dati concreti.

    In The Death of Expertise (2017), Thomas Nichols descrive come la progressiva erosione della fiducia negli esperti abbia reso il pubblico più vulnerabile alla propaganda populista. Questo fenomeno si manifesta in diversi ambiti, dalla politica alla scienza, fino alla sanità pubblica. La pandemia da COVID-19 ha evidenziato questa crisi: mentre le autorità sanitarie cercavano di fornire indicazioni basate su evidenze scientifiche, molte destre hanno cavalcato il malcontento e le incertezze della popolazione per diffondere teorie alternative, spesso infondate ma altamente efficaci dal punto di vista comunicativo.

    La retorica anti-intellettuale delle destre si basa su una dicotomia netta tra “popolo” ed “élite”, in cui quest’ultima viene rappresentata come distante, arrogante e disconnessa dai problemi reali della gente comune. In questo schema, l’intellettuale non è più visto come una guida o un punto di riferimento, ma come un ostacolo alla “vera” volontà popolare. Questa dinamica si riflette anche nelle scelte politiche: la semplificazione estrema delle questioni complesse porta a soluzioni apparenti e slogan accattivanti, mentre il dibattito razionale viene percepito come elitario e noioso.

    Di fronte a questo scenario, la sfida per le forze progressiste e per chi crede nel valore della conoscenza critica è quella di trovare nuovi strumenti comunicativi che sappiano coniugare complessità e accessibilità. Il rischio, altrimenti, è quello di lasciare il campo libero a narrazioni semplicistiche che, seppur prive di basi solide, si rivelano estremamente efficaci nel conquistare il consenso delle masse.

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